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non ritorno

Immaginiamo un soggetto alpha che per comodità espressiva e coerenza narrativa identificheremo ancora una volta con "il brigante", ma che del brigante di nostra memoria non conserva che alcuni tratti esteriori e qualche retaggio genetico. Il brigante, animale morente, di cui avevamo perduto traccia tempo addietro, all'ora in cui tale Philip Ropth pronunciava parole di nemmeno troppo compianto addio, oggi risiede in un qualsiasi ufficio di questo pianeta. Non importa che tale ufficio si trovi in uno dei punti più sconsolati del pianeta, il risultato non cambia. Egli ha introiettato alcuni degli aspetti che criticava e si adegua alle regole che imperversano nel resto del mondo senza quasi curarsi del panorama che ha attorno. Vivo e vegeto dentro un non luogo perenne che lo radica in una superficie liscia, neutra, priva di conflitti che non possano essere risolti con un colpo di penna, il brigante da tempo si chiede il senso di trattative estenuanti, di benefici privi di merito, di inequiparabili buoni a nulla superretribuiti, di improbabili progetti e programmi, privi di spessore, sradicati dal loro contesto, ridicoli. La libertà che il brigante ha perso non ha certo a che vedere  con la libertà allo spazio o al tempo (anche se pure quella é stata violata), é piuttosto il risultato di una accettazione scelta (se si puo dire che esistesse scelta) di un mondo privo di significato che si nutre e si riproduce del proprio vuoto. Codificare il senso della propria sconfitta interiore é quanto di più ingrato l'uomo possa fare, é come ferirsi di fronte ad uno specchio per una immagine inutilmente sbiadita. Poche parole, per annunciare il non ritorno di quello che chiamavamo, a torto o ragione, il brigante. 

Pubblicato il 2/9/2010 alle 10.58 nella rubrica Diario.

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