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Elio Vittorini, conversazione in Sicilia

"Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire a vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; era come se non avessi mai avuto un giorno di vita, nè mai saputo cosa significa essere felici, come se non avessi nulla da dir, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare, nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto deifigli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto una infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pansavo il genere umano perduto, chinavo il capo e pioveva, non dicevo parola agli amici e l'acqua mi entrava nelle scarpe".

Pubblicato il 1/8/2009 alle 15.19 nella rubrica Diario.

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