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"Da quando mi stancai di
cercare io imparai a trovare
da quando un vento m'avversò
la rotta
faccio vela con
tutti i venti."

F. W. Nietzsche











































3 settembre 2006

SCARTI UMANI

Nell'era del capitalismo postindustriale illuminato, capita ogni tanto di sentire delle vere e proprie perle da inserire immediatamente nel decalogo delle idee lungimiranti per un futuro migliore. Spesso, com'era da immaginarsi,  queste perle vengono fuori dai personaggi che meglio descrivono con la loro stessa essenza e presenza, il futuro alle porte. Il primo ministro Tony Blair, con il suo aspetto sicuro e rassicurante, con il suo carisma di giovane di successo, garante della presentabilità di un intero paese è proprio il soggetto che fa per noi. Con le sue caratteristiche fisiche, la sua prestanza sociale, il suo charme da cinqueantenne sulla cresta dell'onda, si pone perfettamente agli antipodi di quelli che Zygmunt Bauman definisce i residui, gli scarti della società.
In quanto poi amministratore di una dele nazioni più influenti da un punto di vista politico e più avanzate dal punto di vista dell'ingegneria sociale, è normale aspettarsi da lui le linee del futuro programmatico del capitalismo illuminato. Qualche giorno fa in una intervista alla BBC news, Blair, da buon laburista, ha presentato il suo programma per combattere i fenomeni di criminalità e di esclusione sociale. La sua lungimiranza lo ha portato a intravedere la possibilità di intervenire alla base del problema, cioè prima della nascita. Quando un bambino nascesse in una famiglia completamente "disfunctional" è già evidente che potrebbe rappresentare una minaccia per la società e, udite udite, "persino per se stessi".
Andiamo bene ad analizzare il termine: "disfunctional." Non funzionali rispetto a cosa? E' proprio attraverso questo termine che si manifesta quello che è il totalitarismo postmoderno, ancora non sulle cronache dei testi di analisi di scienza politica, ma già da un po' al centro delle politiche della scienza dei nostri governi. Intervenire prima che il problema si presenti, prima che lo scarto umano si produca è al cuore delle politiche neomalthusiane delle nazioni unite, o degli interventi di sviluppo dello USAID, ed è talmente inserito nella coscienza collettiva da apparire un obiettivo auspicabile. Limitare le nascite, e limitarle ai soggetti che possono permettersi di avere una esistenza degna di essere vissuta, ovvero perfettamente inseribile nell'ordine costituito. Controllo della popolazione, prevenzione del conflitto sociale, biopolitica.

Una biopolitica che è inserita nelle coscienze dei soggetti liberi delle nostre liberaldemocrazie, che si nutre in maniera reticolare delle aspettative e dei sogni dei nuovi nuclei familiari, che si avvale dell'ingegneria biomedica, che aggira attraverso la medicalizzazione quelle che sono le contraddizioni sociali della (ineguale) distribuzione delle ricchezze. A livello globale, come al livello delle nostre neodemocrazie biopolitiche.
Verrebbe da allargare tale selezione naturale della specie fino ad includere alcuni dei nostri governanti nella categoria di soggetti potenzialmente pericolosi, rimandandoli al mittente, quel dio in nome del quale i nostri teo con (dove con va colto nella sua accezione francese) diffondono lo sviluppo globale. Ma sappiamo bene che la perversione del potere non può essere estirpata con l'ingegneria genetica.




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27 marzo 2005

Bifo presidente

 

"Non abbiamo futuro perché il nostro presente è troppo volatile. La sola possibilità che ci rimane è la gestione del rischio. La trottola degli scenari dell'attimo presente."
(W. Gibson: Pattern recognition, tr. It. L'accademia dei sogni)



Nel febbraio 2003 il giornalista americano Bob Herbert pubblicò sul New York Times i risultati di una indagine conoscitiva su un campione di centinaia di giovani disoccupati di Chicago: nessuno dei suoi intervistati si aspettava di trovare lavoro nei prossimi anni, nessuno di loro si aspettava di potersi ribellare, o di poter avviare un grande cambiamento collettivo. Il senso generale delle interviste era un sentimento di impotenza profonda. La percezione del declino non appariva focalizzata sulla politica, ma su cause più profonde, sullo scenario di un'involuzione psichica e sociale che sembra cancellare ogni possibilità di costruire alternativa.

La frammentazione del tempo presente si rovescia nell'implosione del futuro.
Ne L'uomo flessibile Richard Sennett reagisce a questa condizione esistenziale di precarietà e frammentazione con la nostalgia di un'epoca passata in cui la vita si strutturava intorno a ruoli sociali relativamente stabili, e il tempo aveva una consistenza lineare sufficiente a costruire percorsi di identità. "La freccia del tempo si è spezzata: in una economia continuamente ristrutturata che odia le routine e si basa sul breve termine non esistono più traiettorie definite. La gente sente la mancanza di rapporti umani stabili e di obiettivi a lungo termine."(Richard Sennett: L'uomo flessibile, p 99).
Ma questa nostalgia non ha nessuna presa sulla realtà presente, e i tentativi di riattivazione della comunità rimangono artificiosi e sterili.

Angela Metropoulos, nel saggio "Precari-us?" osserva che quella di precariato è una nozione precaria. Questo perché definisce il suo oggetto in modo approssimativo, ma anche perché da questa nozione derivano strategie paradossali, autocontraddittorie, insomma precarie. Se la nostra attenzione critica si concentra sul carattere precario della prestazione lavorativa quale sarebbe l'obiettivo che ci proponiamo? Quello di un rapporto di lavoro fisso, garantito per tutta la vita? Naturalmente no, si trattarebbe di una regressione culturale e che porrebbe il lavoro in posizione definitivamente subalterna. Qualcuno comincia a parlare di Flexicurity per intendere forme di reddito indipendenti dalla prestazione lavorativa. Ma siamo ancora lontani dall'avere una strategia di ricomposizione sociale del movimento del lavoro per sottrarsi allo sfruttamento illimitato.
Dobbiamo riprendere il filo dell'analisi della composizione e decomposizione sociale se vogliamo intravvedere linee possibili di un processo di ricomposizione a venire.

Negli anni Settanta, la crisi energetica, la conseguente recessione economica e infine la sostituzione di lavoro con macchine a controllo numerico provocarono la formazione di una vasta area di non garantiti. Da allora la questione della precarietà è divenuta centrale nell'analisi sociale, ma anche nelle prospettive di movimento. Si cominciò allora a proporre di lottare per forme di reddito garantito, sganciato dal lavoro per far fronte al fatto che larga parte della popolazione giovanile non aveva prospettive di impiego garantito. Da allora la situazione è mutata perché quel che appariva come una condizione marginale e temporanea è divenuta forma prevalente nei rapporti di lavoro. La precarietà non è più una caratteristica marginale e provvisoria, ma è la forma generale del rapporto di lavoro in una sfera produttiva digitalizzata reticolare e ricombinante.

Con la parola precariato si intende comunemente l'area del lavoro in cui non sono (più) definibili delle regole fisse relative al rapporto di lavoro, al salario, alla durata della giornata lavorativa. Però se andiamo a studiare il passato vediamo che queste regole hanno funzionato solo per un periodo limitato nella storia dei rapporti tra lavoro e capitale. Solo in un breve periodo nel cuore del ventesimo secolo, sotto la spinta sindacale e politica degli operai, in condizioni di (quasi) piena occupazione e grazie a un ruolo più o meno fortemente regolatore dello stato nell'economia, si sono potuti stabilire legalmente dei limiti alla naturale violenza della dinamica capitalista. I vincoli legali che in certi periodi hanno protetto la società dalla violenza del capitale sono sempre stati fondati sull'esistenza di un rapporto di forza di tipo politico e materiale (violenza operaia contro violenza del capitale). Grazie alla forza politica divenne possibile affermare dei diritti, stabilire delle regole e proteggerle in quanto diritti della persona. Venuta meno la forza politica del movimento operaio, la naturale precarietà del rapporti di lavoro capitalistico e la sua brutalità sono riemerse.
Il fenomeno nuovo non è il carattere precario della prestazione di lavoro, ma le condizioni tecniche e culturali entro le quali si precarizza l'info-lavoro. Le condizioni tecniche sono quelle della ricombinazione digitale dell'info-lavoro in rete. Le condizioni culturali sono quelle della scolarizzazione di massa e delle attese di consumo ereditate dalla società del tardo Novecento e continuamente alimentate dall'intero apparato di comunicazione pubblicitaria e mediatica.

Se analizziamo il primo aspetto, cioè le trasformazioni tecniche introdotte dalla digitalizzazione del ciclo produttivo, vediamo che il punto essenziale non è la precarizzazione del rapporto di lavoro (in fondo il lavoro è sempre stato precario), ma la dissoluzione della persona come agente dell'azione produttiva, come forza-lavoro. Dobbiamo vedere il ciberspazio della produzione globale come unimmensa distesa di tempo umano de-personalizzato.
L'info-lavoro, cioè la prestazione di tempo per l'elaborazione e la ricombinazione di segmenti di info-merce, è il punto di arrivo estremo del processo di astrazione dall'attività concreta che Marx analizza come una tendenza iscritta nel rapporto lavoro-capitale.
Il processo di astrazione del lavoro ha progressivamente ripulito la prestazione di tempo da ogni carattere di particolarità concreta, individuale. L'atomo di tempo di cui parla Marx è l'unità minima di lavoro produttivo. Ma nella produzione industriale il tempo di lavoro astratto si trovava impersonato da un portatore fisico e giuridico, incorporato in un lavoratore in carne ed ossa, con un'identità anagrafica e politica. Il capitale naturalmente non comprava la disponibilità personale, ma il tempo di cui la persona era portatrice. Ma se il capitale voleva disporre del tempo necessario per la valorizzazione, gli era indispensabile assoldare un essere umano, comprarne tutto il tempo, e quindi doveva fare i conti con le esigenze materiali e con le rivendicazioni sindacali e politiche di cui la persona era portatrice.
Quando passiamo nella sfera dell'info-lavoro non c'è più bisogno di comprare una persona, otto ore ore al giorno tutti i giorni. Il capitale non recluta più persone, ma compra pacchetti di tempo, separati dal loro portatore occasionale e intercambiabile.

Il tempo de-personalizzato diviene il vero agente del processo di valorizzazione, e il tempo de-personalizzato non ha diritti, non può rivendicare alcunché. Può soltanto rendersi disponibile oppure indisponibile, ma l'alternativa è puramente teorica, perché il corpo fisico, pur non essendo persona giuridicamente riconosciuta, deve comunque comprarsi da mangiare e pagarsi l'affitto.

Le procedure informatiche di ricombinazione di materiale semiotico hanno l'effetto di fluidificare il tempo "oggettivo" necessario a produrre le info-merci. Tutto il tempo di vita dei terminali umani è là, pulsante e disponibile, come un brain-sprawl in attesa. L'estensione del tempo è minuziosamente cellularizzata: cellule di tempo produttivo possono essere mobilitate in forma puntuale, casuale, frammentaria. La ricombinazione di questi frammenti è automaticamente realizzata dalla rete. Il telefono cellulare è lo strumento che rende possibile la connessione tra esigenze del semio-capitale e mobilitazione del lavoro vivo ciberspazializzato. Il trillo del cellulare chiama il lavoratore a riconnettere il suo tempo astratto al flusso reticolare.

Curiosa parola quella con cui identifichiamo l'ideologia prevalente nel tempo della transizione postumana allo schiavismo digitale: liberismo. La libertà è il suo mito fondatore, ma la libertà di chi? La libertà del capitale, certamente. Il capitale deve essere assolutamente libero di spaziare in ogni angolo del mondo per scovare il frammento di tempo umano disponibile ad essere sfruttato per un salario più misero. Ma il liberismo predica anche la libertà della persona. La persona giuridica è libera di esprimersi, di scegliere i suoi rappresentanti, di intraprendere sul piano economico e politico.
Molto interessante, solo che la persona è scomparsa, è rimasta là come un oggetto inerte, irrilevante e inutile. La persona è libera, certo. Ma il suo tempo è schiavo. La libertà è una finzione giuridica a cui non corrisponde nulla, nella concretezza della vita quotidiana. Se consideriamo le condizioni in cui si svolge effettivamente il lavoro della maggioranza dell'umanità proletaria e cognitaria del nostro tempo, se esaminiamo le condizioni di salario medio nel pianeta, se consideriamo la cancellazione in corso (e ormai largamente realizzata) dei passati diritti del lavoro possiamo dire, senza alcuna esagerazione retorica, che viviamo in un regime di tipo schiavistico. Il salario medio a livello planetario è a mala pena sufficiente a comprare i beni indispensabili per la stretta sopravvivenza della persona il cui tempo è al servizio del capitale. E le persone non hanno alcun diritto sul tempo di cui sono formalmente proprietarie, ma effettivamente espropriate. Quel loro tempo non gli appartiene realmente, perché è separato dall'esistenza sociale delle persone che lo mettono a disposizione del circuito ciberproduttivo ricombinante. Il tempo di lavoro è frattalizzato, cioè ridotto a frammenti minimi ricomponibili, e la frattalizzazione rende possibile per il capitale una costante ricerca delle condizioni di minimo salario.

Come ci si può opporre alla decimazione della classe operaia e alla sua de-personalizzazione sistematica, allo schiavismo che si va affermando come modo di comando sul lavoro precarizzato e de-personalizzato? E' la domanda che si pone con insistenza chiunque mantenga il senso della dignità umana. Eppure la risposta non viene fuori perché le forme di resistenza e di lotta che furono efficaci nel ventesimo secolo sembrano non avere più la capacità di diffondersi e di consolidarsi, né possono di conseguenza fermare l'assolutismo del capitale.
Un'esperienza che deriva dalle lotte operaie degli ultimi anni è questa, che le lotte dei lavoratori precarizzati non fanno ciclo. Il lavoro frattalizzato può anche puntualmente ribellarsi, ma questo non mette in moto alcuna onda di lotta. E la ragione è semplice da comprendere. Perché le lotte possano fare ciclo occorre la contiguità spaziale dei corpi del lavoro, occorre la continuità temporale esistenziale. Senza questa contiguità e questa continuità non si creano le condizioni perché i corpi cellularizzati divengano comunità. Non si può creare nessuna onda, perché i lavoratori non convivono nel tempo, e i comportamenti possono fare onda solo quando si dà una prossimità continuata nel tempo che l'info-lavoro non conosce più.




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26 marzo 2005

GRANDE FRATELLO INFINITO


Notizia 2005:

Dal primo di marzo del 2005 il “Grande Fratello” tedesco è un programma senza fine. Verrà costruita un' intera cittadina, precisamente a Köln-Ossendorf, dove 15 candidati vivranno per alcuni decenni. Il Grande Fratello rinominato “BB for ever” (BB sta per “Big Brother”), verrà trasmesso dal canale RTL 2. I produttori hanno allestito su di un'area di quasi 4.000 metri quadri una piazza con tanto di mercato, una chiesa, negozi ed un boschetto.

Diverse centinaia di comparse animeranno la città virtuale. "Facciamo la più moderna daily-soap del mondo", ha detto Rainer Laux, produttore di Endemol Germania. Divorzi, matrimoni, nascite, morte: tutto ripreso 24 ore su 24 da 100 telecamere, 60 microfoni e il tutto sarà visto comodamente da casa da milioni di telespettatori tedeschi.
"Ci saranno cittadini ricchi, borghesi e poveri; i ricchi alloggeranno in un complesso lussuoso, vivranno e mangeranno da pascià, con pranzi e cene da tre portate, massaggiatori a completa disposizione e sala fitness attrezzatissima. I meno ricchi dovranno tagliare la legna per cucinarsi un pasto caldo e guadagnarsi giorno per giorno il pane con lavori estenuanti", rivela il produttore Laux.

"Ci saranno poi varie gare e competizioni tra i concorrenti per animare le giornate ed ognuno - per accumulare punti - dovrà imparare una lingua straniera, un ballo, o frequentare corsi di specializzazione in diversi campi."
Montepremio: 1 milione di euro al termine di ogni anno per il recluso più votato

Riflessione dal 2023:

Sembrerebbe che la società dello spettacolo di Guy Debord  non basti più a se stessa.
 Per modellare l'ordine costituito a unico ordine possibile è sempre più necessario trasformare la banalità del reale-spettacolare a unico spettacolo possibile.
 Non c' è più un dittatore Leviatano che ci osserva e ci punisce, un potere costruito su un contratto( al quale comunque verrebbe meno nella sua genetica eccezione) al quale sembrerebbe giusto sottoporsi.
 C'è un governo invisibile, senza centro, che si smaterializza riproducendo come una grande mise en abime la necessità di un mondo privo di sè.
Siamo tutti stati inventati per un reality show nel quale verremo eliminati.
C'è un imbarbarimento programmatico delle masse, indottrinate dal primo respiro  a rinvigorirsi e a  riprodursi nella nullità del quotidiano, a fare della propria assenza il loro rito senza dio, scortati a vita da manifesti pubblicitari che nello spazio liscio dell'Impero sono da tempo l'unica nostra foto di casa. 

Siamo noi stessi che ci autoregoliamo come in un grande carcere, perchè l'opinione pubblica non ci butti fuori dalla  casa globale, l'unica esistente.
L'organismo è perfetto e il criminale è dovunque, in nessun luogo, ad ogni modo egli stesso si autopunisce preventivamente per non incorrere nel grido della folla che lo accompagana al calvario.
L'ordine resta intatto, si autoriproduce come un cancro. Bentham disegna le sbarre del suo Panopticon, ponendo una cella negli occhi di ogni uomo, sempre più incapace di vedersi e comprendersi, soggetto consumatore spettatore sempre più passivo della sua stessa vita.

Il congegno biopolitico produce i suoi frutti e razionalizza ancora di più la sua missione in nome dell'efficienza, di una evoluzione e del suo rigurgito reazionario.
La vita viene regolata da tubi catodici digitali che uniscono gli uni agli altri, separandoci allo stesso tempo  da noi stessi e da tutto ciò che può davvero stabilire un contatto con gli altri. Anche la morte viene regolata da tubi. Ahime, da tempo ognuno di noi è uno Schiavo come un altro. Tenuti in vita perchè si possa speculare sulle nostre vite, e, quando siamo perfettamente inseriti ognuno al suo posto, guidati dalla necessità della sopravvivenza, a un mestiere e un ruolo per il quale siamo disposti anche a morire, scrivonono nel nostro microchip d'identità "uomo libero", dopo avere inquadrato nelle loro schedature le nostre impronte, e imparato ad amministrare ognuna delle nostre esigenze in modo che non faccia rumore e non dia fastidio.

Hanno legalizzato la mariuana perchè la gente stia anche un po' tranquilla.
E forse quella è l'unica cosa buona.

E c'è una statua con Aldous Huxley. Ma nessuno sa che la sua era una critica.


capitano kirk




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4 marzo 2005

Massimo Fini

Siamo uno sputo, e anche abbastanza ripugnante rispetto alle asettiche simmetrie dell'Universo, che si prosciugherà in un nanosecondo in termini astrofisici che misurano il Tempo in miliardi di miliardi di anni. Siamo nulla, siamo niente. Se una Scienza uscita di senno, che vuole controllare la vita in tutti i suoi aspetti, scavando e manipolando, anche le sue origini inutilmente e però pervertendola, ci avesse almeno insegnato questo, che siamo esseri transeunti, che davanti a noi non ci sono "sorti meravigliose e progressive", ma solo la morte, come individui, come specie come pianeta forse la smetteremmo di scannarci a vicenda in nome di costruzioni umane, si tratti di democrazia o di "precetti universali", ridicole alla luce del Tempo, sospiri neanche percettibili nell'immenso respiro dell'Universo. E forse capiremmo che l'unica cosa che possiamo fare, noi umani, è tenerci per mano, con una pietas, verso noi stessi e verso gli altri, che abbiamo smarrito.

Presi dalla golosità infantile di conoscere mondi che è ormai inutile conoscere, perché li stiamo uniformando e omologando a noi stessi, oltre che traviando, siamo oggi del tutto incapaci dell'unico viaggio degno di un uomo: quello intorno e dentro se stesso.

 

Massimo Fini




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3 marzo 2005

Marines comunisti.

 

Questa è l’intervista che il manifesto, giornale comunista ha fatto a Jimmy Massey, di Waynesville, piccola comunità del Nord Carolina, marines da dodici anni, altro tipico esempio di fervente comunista. Mostra il prezzo che bisogna pagare per diffondere la libertà.

Questa intervista è dedicata a tutti i bloggers di destra.

 

Qual era la sua posizione in Irak?

Sergente nel terzo battaglione dei marines durante l’invasione, nella primavera 2003.

Quanto tempo ci è rimasto?

 Dal 22 marzo al 15 Maggio. Quattro mesi d’inferno.

E’ stato nei marines per molto tempo?

Per dodici anni.

Era mai stati in guerra prima?

Mai.

Lei ammette di avere ucciso civili innocenti?

Si, e parecchi.

Come è avvenuto?

Vicino alla nostra base a sud di Baghdad abbiamo dato l’assalto, con tutto il mio plotone a un gruppo di civili che stava svolgendo una manifestazione pacifica. Perché? Perché avevamo sentito dei colpi di arma da fuoco. E’ stato un bagno di sangue. Non c’era neppure l’alibi che quei civili potessero essere ingaggiati in attività terroristiche. Abbiamo ucciso più di trenta persone. Quella è stata la prima volta che ho dovuto affrontare l’orrore di avere le mani sporche del sangue di civili. Bombardata anche con cluster bombs la gente fuggiva e quando arrivava ai posti di blocco dove stavamo con i convogli armati, le indicazioni che ci dava l’intelligence era di colpire quelli che potevano far parte di gruppi terroristici.

E voi cosa facevate?

Finivamo per massacrare civili innocenti – uomini, donne e bambini.

Gli ordini da eseguire erano di search and destroy, irruzioni armate nelle scuole, negli ospedali , dove potevano nascondersi i terroristi. Noi non dovevamo tenere conto delle vite dei civili che avremmo ucciso durante queste missioni.

Lei ammette che durante la sua missione ha compiuto esecuzioni di civili innocenti?

Si. Anche il mio plotone ha aperto fuoco contro civili. Anche io sono un assassino.

Come ha reagito dopo queste operazioni, pensando agli innocenti che aveva ucciso?

Per un po’ sono andato avanti negando la realtà – cioè che ero un killer e non un soldato che sa distinguere il giusto dallo sbagliato – poi un giorno svegliandomi al mattino mi è venuto in mente un giovane, miracolosamente scampato al massacro dei passeggeri della sua auto che mi chiedeva urlando : Ma perché hai ammazzato mio fratello?” divenne un’ossessione. Persi il controllo del mio equilibrio psichico.

Che provvedimenti presero i suoi superiori?

Per tre settimane in Irak sono stato imbottito di antidepressivi, farmaci psicotropi. E’ il loro pronto intervento per casi di stress traumatico.

Il vostro addestramento negli Usa, non vi rende l’unità più violenta ed aggressiva utilizzata dal Pentagono?

Si. Nel programma denominato bootcamp ognuno di noi viene sottoposto a tecniche di disumanizzazione e di desensibilizzazione alla violenza. Ma non mi avevano detto che avrei ucciso civili innocenti.

Tre settimane immobilizzato da antidepressivi. E ora?

Adesso sono disabile, dimesso dall’esercito con honrable discharge.

Altri sono nelle sue condizioni?

Molti. E sono ancora al fronte. Li imbottiscono di antidepressivi e poi li rispediscono a combattere.

Nel 2004 31 marines si sono tolti la vita, 85 hanno tentato il suicidio. La maggioranza di coloro che hanno preferito togliersi la vita piuttosto continuare ad uccidere è sotto i v25 anni, il 16% non ha nemmeno 20 anni.




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2 marzo 2005

Beppe Grillo

In un paese che si definisce democratico,secondo il mio personale parere:

non dovrebbe esistere la PENA DI MORTE;

l'ASSISTENZA SANITARIA e l'ISTRUZIONE primaria dovrebbero essere un diritto e non un 'prodotto' solo per chi se lo può permettere;

le ARMI non si dovrebbero vendere nei supermercati e le leggi dovrebbero per lo meno limitare l'uso;

le ELEZIONI dovrebbero essere democratiche,quindi la maggioranza vince (alle penultime elezioni americane,per esempio,Gore prese più voti di Bush).
L'America,secondo me,ha ben poco di democratico.

Beppe Grillo




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